Educhiamoci ad educare

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Educhiamoci ad educare

“A letto senza cena!”

“Bei tempi…! Allora sì che c’era un po’ di educazione!” Oppure… “Pfiuuu! Meno male che questi metodi assurdi non esistono più!”?.

Il nostro passato racconta modelli educativi molto rigidi.

“Signorsì!” “… e tutti in fila per due, ben allineati!” “Formiamo soldati per la patria!”

Domanda: ma erano più educati i nostri nonni?

Forse sì.

Ma… erano educati oppure “obbedienti” e repressi?

Andava bene una educazione fondata sulla paura delle punizioni, delle botte, della censura dei grandi…?

C’era rispetto. Sì, c’era. Che bello! “Onora il padre e la madre!” è addirittura un comandamento divino.

Ma un rispetto fondato sulla paura non è vero rispetto.

Quei modelli educativi hanno costruito soldati obbedienti, ma anche persone insicure, con problemi importanti.

Alice Miller, una grande studiosa, racconta che non solo i “soldati obbedienti” ma anche i carnefici dei campi di concentramento erano tutti molto “ben educati”!

Oggi sappiamo che la stima, l’empatia, le carezze, la tenerezza… ottengono risultati di gran lunga migliori per la formazione della persona, la sua felicità e la sua capacità di realizzarsi nella vita!

Quindi benvenuta l’educazione che ascolta, spiega, incoraggia, stima, rispetta… Senza bisogno di punizioni, umiliazioni o minacce per ottenere una “buona condotta”!

“Bravo dottore. Bello da dire!”

“Ma quando mio figlio fa una sceneggiata urlando per pretese assurde e non riesco a prenderlo da nessuna parte… vieni tu a spiegargli “dolcemente” di smetterla “per favore”?”

“Come si fa a non far crescere bambini senza regole, viziati, maleducati, incapaci di interagire in modo equilibrato tra gli altri?”

Come si fa a “convincere” un bambino piccolo a non “buttarsi a terra in strada urlando” per una pretesa assurda?

Come si fa a insegnare le regole della convivenza civile se nonostante le “dolci spiegazioni” lui sembra fare sempre peggio e sembra sempre più “sordo”?

Riflettiamo:

è importantissimo essere dolci, spiegare, considerare i punti di vista, contrattare decisioni… ma dobbiamo anche far comprendere le regole, il SI e NO!

C’è però un dettaglio da considerare (e che spesso sfugge): le capacità e modalità di comunicazione e comprensione del bambino, cambiano in rapporto al suo sviluppo.

Più è piccolo, più il suo cervello immaturo è prevalentemente emotivo rispetto a quello critico razionale di noi adulti.

Quindi come un radar sofisticato lui coglie immediatamente le emozioni, il non verbale: i volti, i toni di voce… Molto meno le parole.

Ha poi tempi di attenzione limitati: vive nel qui e ora, e non riesce a seguire astrazioni e concetti complessi.

Ci vuole tempo perché possa gestire costruzioni mentali, significati, ragionamenti, progetti…cioè a comunicare con gli stessi strumenti a cui siamo abituati noi e che a noi sembrano ovvi.

In modo parallelo cambia nel tempo la percezione di sé stesso nell’ambiente.

Da piccolo tutto è rapportato a lui (“cucù… settè!” il bambino realmente si sente nascosto quando chiude gli occhi!) e si percepisce come centro del mondo.

Crescendo, progressivamente comprende che il mondo è grande e impara le relazioni tra lui e gli altri.

E allora: è vero che è importantissimo spiegare, ascoltare e non imporre minacciando punizioni, ma non si può pensare di avere una modalità comunicativa e un approccio uguale per tutte le età.

Intorno ai due anni i nostri discorsi pieni di aggettivi, concetti, spiegazioni complicate… Non servono quasi a niente perché il bambino non è in grado di seguirli.

Inoltre quando è travolto dalle emozioni negative come la rabbia, anche quella piccola possibilità è completamente azzerata.

Nel momento oppositivo serve il contenimento. Punto.

Serve il sentire che la mamma e papà ci sono, sono affidabili, sanno di cosa lui ha bisogno e sanno dire chiaramente SI e NO.

In modo semplice, perché a quella età il bambino ha bisogno di sentire “argini”, che sono sicurezze, per evitare che il fiume straripi e crei danni.

Il NO scatena rabbia, è vero, ma:

– se quel NO viene da una figura ferma, ma accogliente, che non si fa contagiare a sua volta dalla rabbia,

– se quella figura non si mette sullo stesso piano del bambino avviando una “rissa” come tra pari, con dispetti, ricatti e minacce,

– se quel genitore sa proteggere “l’essere” (che è sempre bello, buono e bravo!) nonostante la censura, semplice e chiara, solo sul “fare” sbagliato…

…Tutto lo “scontro” insegna regole, ma soprattutto ad incanalare l’energia di quella rabbia in un percorso costruttivo e non distruttivo. Detto in due parole: l’autocontrollo e la resilienza.

Tutto infatti finisce in un abbraccio che non lascia “feriti” sul “campo di battaglia”!

Il bambino non deve mai sentirsi cattivo!

Quindi nei momenti di tensione facciamo attenzione agli “attacchi alla persona”: è “la cosa” che non si fa, ma tu sei buono!”

E, lo ripeto, cerchiamo di non farci travolgere a nostra volta dalla rabbia che “sa parlare” un non verbale che colpisce fin troppo bene!

Serve fermezza, non urla o minacce che spaventano e confondono, e serve sapere che a due anni comunica un volto fermo, poche parole, uno sguardo. Tutto il resto è rumore che “non spiega” quasi niente.

Il SI è si e il NO è no. Punto. Detti con tono fermo, uno sguardo e a bassa voce, sono più incisivi di una sceneggiata.

I perché e percome nel momento dell’adrenalina non servono. Conviene aspettare, calmi e fermi, che sia metabolizzata.

Quando il bambino si calma l’abbraccio e il bacio infatti cancellano tutto, e allora con parole semplici possiamo anche spiegare i perché del no, ma infondendo sempre stima, fiducia accoglienza.

Con la crescita, dopo i cinque sei anni la scena cambia e potremo iniziare a discutere, spiegare, accordarci in modo più complesso, ma sempre fuori dai momenti di scontro perché la rabbia offusca le capacità di riflessione.

Quello che dobbiamo insegnare è il controllo delle emozioni negative e la resilienza.

Possiamo farlo se prima noi riusciamo a mantenere calma e controllo, anche quando è necessaria “l’affettuosa fermezza”.

Con la crescita il dialogo diventerà il centro della relazione e la trattativa non sarà più sempre vinta dai genitori. Ma questo è un altro capitolo…

dott. Tommaso Montini, pediatra

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